Domanda di condono dolosamente infedele: si forma il silenzio assenso?

Capo Zafferano - Foto di Massimo Tarantino

Le false dichiarazioni o l’errata rappresentazione dello stato dei luoghi, all’interno di una istanza di condono, consentono la configurazione del silenzio assenso o, al contrario, obbligano la P.A. ad annullare il titolo edilizio eventualmente rilasciato?

Il Tar Palermo, di recente (sent. 3673/2023), si è soffermato su tali questioni precisando quanto segue.

Domanda di condono dolosamente infedele e silenzio assenso

Con riferimento alla domanda di condono dolosamente infedele, la giurisprudenza amministrativa ha evidenziato che:

  • l’inesatta volontaria rappresentazione della realtà contenuta nell’istanza di concessione in sanatoria su un presupposto essenziale (nella specie data di realizzazione dell’abuso) integra gli estremi della domanda dolosamente infedele, che, ai sensi dell’art. 40 L. 28 febbraio 1985, n. 47, impedisce il formarsi del c.d. silenzio assenso previsto dall’art. 35 comma 18 della stessa L. 28 febbraio 1985, n. 47, e comporta altresì il non accoglimento della domanda medesima” (ex multis, TAR Sardegna, Sez. II, 28.5.2010 n. 1386).
  • Mancata configurazione del silenzio assenso e annullamento
  • Per altro verso (cfr. Consiglio di Stato sez. II, 2 ottobre 2023, n. 8613) l’aver presentato una domanda mendace, ai sensi dell’art. 40 della legge n. 47 del 1985, e idonea a trarre in inganno sull’entità dell’abuso preclude il rilascio del condono, impedisce il formarsi del silenzio-assenso previsto dall’art. 35, comma 18, della stessa legge (Consiglio di Stato sez. VI, 18 agosto 2021 n. 5927 e 8 luglio 2021 n. 5201) e giustifica l’adozione di un provvedimento di autotutela del titolo già emesso.

In sostanza, i presupposti per l’annullamento di un titolo edilizio a mente della citata disposizione sono uno oggettivo (la falsa o inesatta rappresentazione della realtà), ed uno soggettivo (la coscienza e volontà, per dir così, di trarre in inganno l’Amministrazione).

La questione dell’acquirente in buona fede

Il Tar Palermo, nella sentenza in commento (3673/2023), si è soffermato sulla questione dell’acquirente in buona fede, ossia del soggetto che è subentrato nella titolarità di un immobile la cui istanza di condono, contenente delle imprecisioni, era stata presentata dall’allora proprietario.

Il rilievo della buona fede

Il nodo centrale della questione è se l’impossibilità di considerare, con riferimento al ricorrente, strictu sensu infedele la domanda di condono, precluda all’Ente l’esercizio dei poteri di autotutela in relazione ad un titolo edilizio pacificamente rilasciato anche sulla scorta di una rappresentazione inesatta della realtà.

Secondo il Tar Palermo: “l’impossibilità di contestare al ricorrente la falsa rappresentazione della realtà, ai sensi del ridetto art. 40 della legge n. 47 del 1985, non possa impedire all’Amministrazione di applicare le disposizioni generali sull’annullamento d’ufficio dei provvedimenti amministrativi, e nella fattispecie di provvedere ad annullare il condono per quella porzione di edificio che è stata oggettivamente ricavata dichiarando e rappresentando un’altezza diversa da quella reale.

Le condizioni per annullare un titolo edilizio

Per annullare d’ufficio un titolo edilizio ex art. 21 nonies L. n. 241/1990 di norma occorre riscontrare un interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (diverso dal mero ripristino della legalità violata), tenuto conto anche delle posizioni giuridiche soggettive consolidate in capo ai destinatari.

La giurisprudenza amministrativa, sul punto, ha precisato che: “…le medesime esigenze di tutela non possono dirsi sussistenti qualora il contegno del privato abbia consapevolmente determinato una situazione di affidamento non legittimo. In tali casi l’amministrazione potrà legittimamente fondare l’annullamento in autotutela sulla rilevata non veridicità delle circostanze a suo tempo prospettate dal soggetto interessato, in capo al quale non sarà configurabile una posizione di affidamento legittimo da valutare in relazione al concomitante interesse pubblico” (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria n. 7 del 2018).

Falsa rappresentazione e legittimo affidamento

In sintesi la falsa o inesatta prospettazione da parte del privato delle circostanze in fatto e in diritto, sulla scorta delle quali è stato adottato un provvedimento illegittimo, non consente di configurare in capo a lui una posizione di affidamento legittimo, pertanto l’onere motivazionale che grava sulla Pubblica Amministrazione potrà dirsi soddisfatto, come è avvenuto nella vicenda all’esame, mediante il documentato riferimento alla non veritiera prospettazione del privato, talché l’interesse al mantenimento in vita del titolo edilizio risulta recessivo di fronte all’interesse pubblico al ripristino della legalità violata, per altro verso anche auto evidente (cfr. Consiglio di Stato sez. II, 21/03/2022, n. 2005; TAR Napoli, Sez. IV, 2 novembre 2021, nr. 300; T.A.R. Basilicata, Potenza n. 725/2018).

Avv. Antonino Cannizzo


Antonio Cannizzo

Di Antonio Cannizzo

Nasce a Palermo nel 1987 e dopo la maturità Classica si laurea nel 2014 presso l’università degli studi di Palermo, presentando una tesi dal titolo “Le misure precautelari minorili”. Abilitato all’esercizio della professione di Avvocato è regolarmente iscritto all’Albo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Termini Imerese ed è Titolare di uno Studio Legale in Bagheria. Nel 2020, insieme all'Avv. Fiasconaro, fonda il blog "Urbanistica in Sicilia". Nel 2021 consegue un master di 1° livello in diritto processuale amministrativo discutendo una tesi dal titolo "Danno da affidamento procedimentale e i profili di giurisdizione".