Piscina (abusiva) in area con vincolo paesaggistico: si può regolarizzare?

Pantelleria - Foto di Emilia Machì

La regolarizzazione di un intervento edilizio abusivo, in area con vincolo paesaggistico, richiede il rilascio del titolo edilizio (da parte del Comune) e di quello paesaggistico (da parte della Soprintendenza).

Il Tar Palermo, nella sentenza n. 978/2024, ha chiarito i presupposti per la regolarizzazione di una piscina sotto il profilo paesaggistico.

Le norme di riferimento

L’art. 167 prevede al comma 1 che: “

  • In caso di violazione degli obblighi e degli ordini previsti dal Titolo I della Parte terza, il trasgressore è sempre tenuto alla rimessione in pristino a proprie spese, fatto salvo quanto previsto al comma 4.”.

Al comma 4, precisa che:

  • L’autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica, secondo le procedure di cui al comma 5, nei seguenti casi:
  • a)  per i lavori, realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati;
  • b)  per l’impiego di materiali in difformità dall’autorizzazione paesaggistica;
  • c)  per i lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria ai sensi dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.”.

Dal delineato quadro normativo emerge il generale divieto di autorizzazione paesaggistica postuma, rilasciabile in tale forma solo nelle ipotesi eccezionali previste dal comma 4 dell’art. 167 del D. Lgs. n. 42/2004 e secondo il procedimento scandito al successivo comma 5.

Gli incrementi di volume in area con vincolo paesaggistico

In giurisprudenza è stato osservato che: “Il divieto di incremento dei volumi esistenti sancito dall’art. 167 comma 4 d.lg.s 42/2004, infatti, è imposto ai fini di tutela del paesaggio e si riferisce a qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, ivi compresi i volumi tecnici o interrati (cfr, tra le tante, Cons. Stato, sez. VI 29/08/2022, n. 7504; id. 22/10/2021, n. 7117).

A fronte di fattispecie non riconducibili alle previsioni di cui all’art. 167, comma 4 d.lgs 42 del 2004 l’Amministrazione non è tenuta a svolgere alcuna valutazione discrezionale sull’effettivo impatto nel contesto paesaggistico delle opere eseguite – ammissibile soltanto nelle ipotesi di cui al citato art. 167, comma 4 ai fini dell’eventuale irrogazione di una sanzione pecuniaria – essendo vincolata a disporre il ripristino a tutela della integrità del paesaggio (Consiglio di Stato, sez. II, 22/11/ 2011, n. 7819).” (Consiglio di Stato, II Sezione, sentenza del 3 novembre 2023, n. 520).

Interpretazione e applicazione dell’art. 167 Codice dei Beni Culturali

Quanto all’ambito applicativo dell’art. 167 del D. Lgs. n. 42/2004, in giurisprudenza è stato ulteriormente chiarito che: “La scelta del legislatore di consentire l’autorizzazione paesaggistica postuma esclusivamente per i c.d. “abusi minori” è in linea con i principi costituzionali della ragionevolezza e della parità di trattamento oltre che con quelli dell’ordinamento comunitario perché si muove su un piano di coerenza con l’accentuato profilo costituzionale dell’interesse pubblico alla preservazione del paesaggio. La necessità di difendere al massimo grado l’ambiente paesaggistico impone una soluzione legislativa che, nei confronti degli interventi edilizi diversi da quelli “minori”, privi di titolo, abbia carattere fortemente dissuasivo, se non punitivo-sanzionatorio (cfr., ex multis, questo TAR, sez. III, 24 marzo 2015, n. 1718 con diffusi richiami a conforme giurisprudenza).

Pertanto, ai sensi del menzionato art. 167 d. lgs. n. 42/2004, soltanto gli interventi che non determinano creazione di superfici utili o di volumi e quelli configurabili in termini di manutenzione ordinaria o straordinaria possono conseguire l’accertamento postumo di compatibilità paesaggistica, che costituisce a sua volta presupposto per il rilascio della sanatoria edilizia, ai sensi dell’art. 36 d.P.R. 380/2001 (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 5 gennaio 2015 n. 12).” (Tar Campania – Napoli – VIII Sezione, sentenza del 2 gennaio 2024, n. 22).

La sanatoria paesaggistica

In giurisprudenza è stato condivisibilmente precisato che: “A fronte del chiaro dettato normativo, é infatti consolidato, anche nella giurisprudenza di questo Tribunale, l’orientamento secondo cui “in materia edilizia, ai sensi dell’art. 167, comma 4, D.Lgs. n. -OMISSIS-, l’accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, è consentito esclusivamente in relazione a quei lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati. Con tale scelta, il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesaggistica possa essere postergato all’intervento realizzato, sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato, e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica” (T.A.R. Sicilia, -OMISSIS- Sez. II, 12/9/2022, n. 2379).

A fronte della creazione di nuova volumetria, dunque, non sussistono le condizioni per il rilascio del provvedimento di cui alle suddette previsioni, poiché, come riconosciuto in analoghe occasioni, “il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, si riferisce a qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume” (T.A.R. Friuli-V. Giulia Trieste, Sez. I, 31/5/2019, n. 239).” (Tar Sicilia – Catania – V Sezione, sentenza del 5 gennaio 2024, n. 87).

La posizione del Tar Palermo

Secondo il Tar Palermo: “L’art. 167, comma 4, lettera a), del D.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, non ammette il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria nei casi che si siano risolti nella creazione di superficie o volume utile, ovvero in aumento di quello legittimamente realizzato.

In termini generali la norma citata reca la regola della non sanabilità ex post degli abusi, sia sostanziali che formali. La ratio è quella di precludere qualsiasi forma di legittimazione del “fatto compiuto”, in quanto l’esame di compatibilità paesaggistica deve sempre precedere la realizzazione dell’intervento. Il rigore del precetto è tuttavia ridimensionato da alcune eccezioni al divieto generale, relative ad interventi privi di impatto sull’assetto del bene vincolato, tra cui sono annoverati quelli realizzati in assenza o in difformità dall’autorizzazione paesaggistica i quali, a condizione che non abbiano determinato la creazione di superfici utili o di volumi, sono suscettibili di accertamento postumo di compatibilità paesaggistica.” (Tar Sicilia, Palermo, IV Sezione, sentenza del 4 marzo 2024, n. 849).

La piscina è una pertinenza?

Quanto alla qualificazione della piscina come pertinenza, la giurisprudenza, con orientamento consolidato ha ripetutamente affermato che: “La nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad una oggettiva esigenza dell’edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma deve essere anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all’edificio principale, in modo da evitare il c.d. carico urbanistico, sicché gli interventi che, pur essendo accessori a quello principale, incidono con tutta evidenza sull’assetto edilizio preesistente, determinando un aumento del carico urbanistico, devono ritenersi sottoposti a permesso di costruire; tale criterio è stato applicato anche con specifico riguardo alla realizzazione di una piscina nell’area adiacente all’abitazione, la quale, in ragione della funzione autonoma che è in grado di svolgere rispetto a quella propria dell’edificio al quale accede, non è pertanto qualificabile come pertinenza in senso urbanistico. ” (ex pluris: T.A.R. Lazio Roma, II Stralcio, 31/08/2023, n. 13496).

In conclusione, il ricorso non è stato accolto per l’assorbente ragione che anche la piscina interrata non rientra tra le opere regolarizzabili richiamando l’art. 167 del D. Lgs. 42/2004.

Avv. Antonino Cannizzo


Antonio Cannizzo

Di Antonio Cannizzo

Nasce a Palermo nel 1987 e dopo la maturità Classica si laurea nel 2014 presso l’Università degli studi di Palermo, presentando una tesi dal titolo “Le misure precautelari minorili”. Abilitato all’esercizio della professione di Avvocato è regolarmente iscritto all’Albo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Termini Imerese ed è Titolare di uno Studio Legale in Bagheria. Nel 2020, insieme all'Avv. Fiasconaro, fonda il blog "Urbanistica in Sicilia". Nel 2021 consegue un master di 1° livello in diritto processuale amministrativo discutendo una tesi dal titolo "Danno da affidamento procedimentale e i profili di giurisdizione". Iscritto all'Associazione degli Avvocati Amministrativisti di Sicilia. Co-Autore del manuale “Abusi Edilizi: accertamento, demolizione e conseguenze economico patrimoniali” edito da Dario Flaccovio Editore. Relatore in molti convegni (cfr. sezione eventi del blog) Ha svolto molti corsi di formazione per la P.A. e per i liberi professionisti in materia di urbanistica ed edilizia regionale